Firenze – Artour-o – M&P- INTIMI IN HOTEL – 18-21 febbraio 2010

 

Performance con Monticelli  & Pagone  

Hotel Minerva – Firenze  dal 18 al 21 febbraio 2010

Testo di Franco Speroni

Intimi in Hotel riprende il filo del discorso avviato dalla MICROGalleria con Monticelli & Pagone nel 2008 in Lezione di anatomia. Il lavoro site specific di M&P in quell’occasione metteva in scena il corpo esposto e il tema del doppio, i dispositivi della costruzione del corpo nel sistema della moda attraverso gli oggetti: tacchi a spillo e sneakers, tessuti/textures camuffamento e svelamento di un corpo privato e pubblico che si racconta attraverso le sue tante pelli identitarie, “naturali” e “artificiali”.  

Tema centrale un corpo, dunque, che non è mai “in sé” ma sempre in relazione, con lo sguardo e con il luogo. Un corpo testo esibito in un ambiente a sua volta costruzione testuale in un sistema di oggetti dentro luoghi che si susseguono l’uno all’altro.

Il corpo rivestito è il territorio fisico-culturale in cui si realizza la performance visibile e sensibile della nostra identità esteriore. In esso, testo-tessuto culturale composito, trovano modo di esprimersi tratti individuali e sociali che attingono a elementi quali il genere, il gusto, l’etnicità, la sessualità, il senso di appartenenza a un gruppo sociale, o viceversa la trasgressione”.

Questa definizione composita di corpo che, organicamente alla Fashion Theory, ha dato Patrizia Calefato (Fashion Theory, in Dizionario degli Studi Culturali, a cura di Michele Cometa, Meltemi 2004), sintetizza bene come il corpo sia una tra le produzioni testuali estetiche contemporanee più importanti dove la società intreccia conflitti legati all’identità e al genere. L’arte stessa ha giocato e gioca un ruolo nella costruzione di queste testualità. La decostruzione dei ruoli tradizionali nella filiera produttiva di tutte le forme testuali, arte compresa, è diventata quindi un’analisi connotata di sensibilità esibita attraverso perfomances e/o installazioni site specific. Come accade, del resto, nello stesso sistema della Moda dove la performance ha preso il posto della sfilata nell’esibizione di un corpo che non tanto si mostra quanto, piuttosto, si racconta e raccontandosi mette a nudo insiemi di relazioni.

L’identità non è una radice bensì una relazione che si determina tra un “noi” e gli “altri” attraverso una molteplice attività di comunicazione/relazione che ci dà forma storica. Di conseguenza l’attività didattica e di ricerca della MICROGalleria sviluppa sempre più un’ “anatomia” identitaria “postmoderna” toccando tematiche come queste appena accennate attraverso il lavoro sul corpo e sui luoghi: sul territorio pubblico/privato nel quale si esercitano le relazioni intersoggettive. L’anatomia del corpo è quindi anche anatomia del comportamento e, di conseguenza, anatomia dei luoghi abitati che non sono contenitori neutri ma meccanismi relazionali. Da qui, la stretta connessione tra corpo e produzione/ricerca site specific, tra momento ideativo e performativo, nel senso di reazione concreta al luogo abitato, nel quale si svolge un’ipotesi narrativa. Sempre da qui,  anche una naturale vocazione “etnografica” a leggere la connessione tra caratteristiche dei luoghi e comportamenti, per mezzo del video, pratica documentaria disvelatrice di implicazioni non percepibili ad occhio nudo.

Intimi in Hotel è un lavoro a “otto mani” come dicono le due galleriste Cristina Reggio e Anna Maiorano, pensato da due donne per il corpo di due artisti maschi, Monticelli e Pagone,  che effettuano l’azione. Quali sono gli ingredienti di base di questa nuova tappa della ricerca?

Innanzitutto mi sembra che la MICROGalleria, con l’azione ancora più partecipante delle due galleriste, venga sempre più a fondere i vari ruoli della produzione dell’arte e quindi a mescolare molto le diverse testualità e con esse i generi. Ora, non solo lo spazio ma le stesse galleriste/artiste entrano in maniera decisa “in azione”. Sono loro che seguiranno e spieranno i due “maschi” in una dinamica fetish che consiste ancora di dettagli vestimentari che sottintendono relazioni.

Il fetish trasforma il corpo in un insieme di dettagli sessuali connessi, secondo Valerie Steele (Fetish, Meltemi 2005), che innestano potenziali inviti narrativi, ipotizzano trame che spostano lo sguardo e quindi il desiderio dalla contemplazione della forma al piacere delle connessioni e delle implicazioni.

M&P espongono se stessi nella hall di un hotel ritratti in gigantografie di gusto pubblicitario e contemporaneamente sono presenti in loco; conversano tra loro e girano poi nelle camere dell’albergo dove vengono esposte opere di altri artisti. Le due galleriste li seguono e li riprendono con la videocamera praticando un’inversione dei ruoli maschile – femminile (almeno secondo un immaginario stereotipo).

Il corpo maschile, nella storia della pubblicità e pertanto in un campo notevole della storia della cultura del corpo, ha avuto alcuni momenti forti di esposizione. Uno dei casi più noti è stata la pubblicità d’intimo maschile di Calvin Klein nel 1982 a Times Square e,  su questa scia, i nuovi “kuroi” delle pubblicità di Armani incarnati da Beckham, che ribadiscono l’asse semantico bellezza/atletismo/seduzione. Qui, la seduzione passa attraverso un modello basato sulla vista erotizzante ma sempre astraente della perfezione atletica del corpo. Un punto di vista sostanzialmente maschile che affonda le sue origini nella classicità. Eccezioni in tal senso si trovano solo quando dal modello del “kouros” classicheggiante, si passa ai generi di consumo giovanile o a marchi  più propensi al feticismo transgender e bisex (come Thierry Mugler), o comunque all’inversione dei ruoli, come in alcune pubblicità Sisley (di Terry Richardson, ad esempio) dove torna preponderante, non a caso, l’aspetto fetish narrativo.  Allora l’erotismo transita dalla forma “perfetta” al dettaglio “deviante”, in un gioco di  erotizzazione e desublimazione che sembra ricordare il ruolo positivo dell’abiezione per Julia Kristeva (Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione, Spirali 1981) nella ridefinizione dei vari soggetti sociali e nelle dinamiche di costruzione identitaria.

Reggio e Maiorano, come accennato, passano all’azione. Entrando nella performance nella veste ambigua di documentatrici di reazioni impreviste del pubblico della mostra d’arte, ma anche di attrici  parte integrante del senso della performance, mettono in atto la complessità dei ruoli. In tal senso, la performance a “otto mani” sembra assomigliare nelle intenzioni a quanto accade nella produzione pornografica  “indi porno”, cioè in quelle produzioni indipendenti dall’industria pornografica tradizionale, nelle quali l’immaginario “Queer” dell’identità di genere fluida svolge un ruolo alternativo agli stereotipi della meccanicità coatta dell’industria porno tradizionale. E questo mi sembra un altro elemento interessante di questa performance che fonde i ruoli delle galleriste e degli artisti proprio dentro una rassegna d’arte, là dove cioè, più che in ogni altro luogo, i processi culturali di sublimazione, attraverso la rappresentazione, hanno avuto la loro origine.

Qui, nel “mondo dell’arte”, le due galleriste/artiste che spiano Monticelli e Pagone e nello stesso tempo riprendono ciò che accade intorno, trasforma tutti in performers e sembra essere un’ inversione importante rispetto alla fruizione stereotipa dell’arte (tanto discussa quanto, alla fine, sempre ribadita) e dei suoi meccanismi produttivi. In altri termini la performance è praticata poiché è un “metodo” per attivare la circolarità di vita al di là dei sistemi chiusi della rappresentazione ma soprattutto al di là degli stessi recinti specialistici: la performance site specific, quindi, come (riprendendo una delle piste interpretative offerte dai Performers di Luisa Valeriani, Meltemi 2009) autocostruzione identitaria dinamica e conflittuale.


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