Francesca De Rubeis in MG – 18 febbraio 2009 –

Il “bello “ non soddisfa un determinato ideale di bellezza, classico o “barocco” che sia, bensì definisce l’arte come arte,e dunque come uno stare in sé che, prescindendo da ogni finalità e utilità, non ci invita ad altro che a intuire. È questo che chiamiamo un’ ”opera”.
Gadamer

Cosa avranno mai di così speciale gli oggetti del quotidiano, da sembrare tanto indispensabili? Probabilmente la risposta va cercata nella ricerca della risoluzione delle nostre paure intrinseche, che si decifrano meglio se ciò che ci circonda è qualcosa di vicino a noi, di riconoscibile. Per questo motivo salire le scale dell’Accademia di L’Aquila e trovarsi di fronte un armadio disegnato a grandezza naturale, causerà nello spettatore semplicemente un minimo spiazzamento visivo. Perché poi molti, per non dire tutti, riconosceranno in quell’elemento qualcosa di proprio, e diverrà quindi comune. Come già accaduto in precedenti occasioni, la MICROGalleria dell’accademia si presta per ospitare lavori; non lavori qualsiasi però, bensì lavori site-specific, pensati per quello spazio, per quell’ambiente, per quelle pareti. Allora probabilmente lo spiazzamento potrebbe esserci. Come si può pensare di collocare un armadio all’interno di un luogo così istituzionale? L’occasione, e il luogo stesso, sono invece ideali. Quella meravigliosa ma altrettanto imponente scala prepara un percorso, anticipa uno sguardo, finiti i gradini infatti si viene obbligatoriamente catturati da una grande installazione a parete, realizzata ad hoc per l’occasione. Lavorare su un site-specific credo che per l’artista sia da sempre molto intrigante ed interessante. Il rapporto tra lo spazio, ciò che esso rappresenta e i pensieri dell’artista dovrebbero produrre idee originali. Non credo infatti che l’idea dell’armadio possa venire altro che ad un artista come Francesca De Rubeis, che lavora molto spesso sul luogo, indugiando sulle caratteristiche dello stesso, e ricavandone poi elementi intrinseci di per sé. Non è infatti la prima volta che l’artista si trova a lavorare, ricreando un ambiente avulso da quel contesto; e non è nemmeno la prima volta che impiega come soggetto del lavoro stesso il tema dei vestiti, più volte sviluppato, certamente per lei motivo di indagine profonda. Ma in un contesto come quello della MICROGalleria sembra quasi di poter entrare in un luogo altrimenti inaccessibile. Fuori infatti un armadio in totale confusione, all’interno invece una installazione di quadri con dipinti alcuni vestiti perfettamente in ordine. Un gioco perfetto tra interno ed esterno, che viene reso magnificamente dalla parete dello spazio, che gioca a voler essere una divisione non solamente spaziale, ma anche percettiva e soprattutto concettuale.
Sabrina Vedovotto


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