Francesco Toppeta – Natalia Faragalli in MG – luglio 2004

Francesco Toppeta – Natalia Faragalli

  • INAUGURAZIONE MICROgalleria 6 luglio 2004 ore 11

SPAZIO ESTERNO – Natalia Faragalli
PREGHIERA 2004
stampa plotter
SPAZIO ESTERNO – Natalia Faragalli
PREGHIERA 2004
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SPAZIO INTERNO – Francesco Toppeta
RECINTO 2004
Installazione

Probabilmente soltanto il praticare l’Eros dell’arte permette di evitare la perdizione del sociologico meccanismo della ripetitività, dove si dimostra la quantificazione del mascheramento della propria ingenua e comunque perversa inettitudine, così affermando, invece, la verità della intimità, di essere ovvero il gesto artistico consapevole di quell’itinerario che da Ghenos giunge a comprendere Thanatos e dimostra di ristabilire della propria identità artistica la radicalità della Domanda (ci si confronti con Alberto Boatto, alla bolognese “de’ Foscherari”, proprio trent’anni fa!).
La consapevolezza dell’entrare e dell’uscire da uno spazio è la presa d’atto del tempo del corpo, senza civettare nella citazione della classicità della navata ridisegnata vitruviamente da Francesco Di Giorgio Martini, forse, invece, tenendo desta quella condizione che aspira all’unità (del Sole e della Luna, del Re e Regina: come dall’ esoterico Rosarium philosophorum) che sulla soglia dell’entrare e dell’uscire, nell’aprire la porta contemporaneamente chiude e, chiudendo, contemporaneamente apre (così il padre del Grande Vetro, in Porta: 11, rue Larrey, del ’27).
Il fuori e il dentro è il cammino verso la presenza e il riconoscimento del sé. E se non si vuol cedere al decorativismo di un cerebralismo di maniera, bisognerebbe farsi carico di quel gesto violento, eppure anche dolcissimo, dell’andare, del corpo nel corpo, e si dice, dunque, dell’Uomo che cammina (1947: e perché non anche il Gatto, del ’51?!) di Alberto Giacometti, che indoviniamo intento ad attraversare proprio la porta duchampiana, anche.
Non si tratta di mettersi in mostra nella scenografia del proprio infantile presenzialismo. Si dice, invece, dell’invito ad esprimere il rigore della manipolazione linguistica dei materiali per poter decidere un alfabeto con cui tentare di nominare la verità dell’espressione, di questo esserci che possa ancora coinvolgerci nel significato proposto e leggerissimo della verità disincantamente svelata: e così la tenda che elegantemente abbraccia il finestrone, quì, allora può ricordare proprio quell’Atelier del Vermeer al Kunsthistorisches Museum, che a sua volta rimanda all’altra tenda, del sempre suo capolavoro, ovvero della Allegoria della Fede, al Metropolitan Museum, questa volta. Il mettere in mostra il proprio lavoro diventa forse (è un augurio, una promessa, una minaccia?) un espediente per affermare nella verità dell’arte la verità della radicalità del significato della persona, non in una allegoria ma proprio in un corpo che afferma il corpo della verità. L’antro della caverna sembra come essersi minimalisticamente decantato in un monocromo ad evocare Spalletti (e delle due opere, una: Camera Mortuaria o Fonte Battesimale?) che armoniosamente e misericordiosamente accoglie. Giustamente i giovani artisti di questo calendario e così anche di altri calendari trascorsi (nel ribadimento temporale di questo spazio deciso nell’ambiente tra il dentro e il fuori), possono esser invitati ad esporre; nella onestà della qualità di una verificata autonoma ricerca, per quanto intricata e come celata (pudore, fragilità, timidezza, sapienza dell’umiltà?) nello stratificarsi delle scolastiche lezioni (impartite, subite, vissute). La pulizia dell’ambiente è la libertà di una mentale predisposizione alla vocazione di abitare il linguaggio per riscoprire il significato dell’essere. Così, nella impossibilità della richiesta, riposa l’unica possibilità di salvezza: è un po’ come l’inseguire quella geometria ontologica che vuole far diventare quadrato il cerchio provocato dal sassolino gettato in acqua (da: Gino De Dominicis nel 1969). Non un “Teatro delle mostre”, né, certo, mini-Salon prodotti da una inesistente Ecole des Beaux-Arts.La felice azione di Cristina Reggio e di Anna Maiorano realizza un corpo vivo di speranze e nella semplicità (e dunque in profondità) della propria sincerità svuota retoriche e azzera ideologismi, svaporando le aggressività decide di salvaguardare la serenità di una possibilità, che la didattica sia quel che deve essere, ovvero pratica di una ricerca che definisca nella verità della forma la realtà del pensiero e nella invenzione il materiale dell’opera sperimentata.
Sarebbe bello che, entrando e uscendo da questo innovativo spazio, si andasse con il ricordo alla testimonianza di Tullio Catalano e di quanti altri ci hanno preceduto: tutti coloro che hanno vissuto il corpo del dentro e il corpo del fuori nella specificità che definisce questa ad una diversa vita, tra la vita e la morte dell’esistenza attraversando la profondità della superficie e tutte le voci del silenzio (dal pensiero di Merleau Ponty, posto sulla soglia di questa “Microgalleria”, a viatico).

MARIANO APA

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